Poche settimane fa, il 27 aprile, la Carovana antimafie è passata a Varese, ideata
nel 1992 da Arci Sicilia e oggi organizzata a livello nazionale con Avviso Pubblico e Libera con un sempre maggiore impegno del sindacato (CGIL in testa), e giungeva sabato 19 a Brindisi.
Giungeva a Brindisi proprio in contemporanea con il feroce attentato costato la vita
a una giovane studentessa e il ferimento di alcuni suoi compagni e compagne di scuola, colpevoli solo di recarsi a scuola come ogni mattina.
È troppo presto per individuare i responsabili e fin da sabato Alessandro Cobianchi,
il nostro responsabile nazionale per l’antimafia, nonché coordinatore della Carovana e brindisino di origine, metteva in guardia sulla necessità di non farsi idee preconcette sull’accaduto.
Tuttavia, abbiamo aderito e sosteniamo con forza la grande mobilitazione che è
seguita all’attentato convinti che le mafie restino il grande problema di questo Paese, la vera principale minaccia alla sicurezza dei cittadini (non i no TAV, con tutto il dovuto rispetto per quanto sostenuto dalla Ministra Cancellieri pochi giorni fa), nonché uno dei maggiori freni alla piena realizzazione della democrazia e allo sviluppo economico
dell’Italia.
Ci sono alcune cose che oggi vale la pena sottolineare: l’azione di Brindisi,
chiunque ne sia l’autore, è stata certamente un atto terroristico e stragistico cui lo Stato deve saper reagire come sta facendo la società civile. C’è un alto grado di frustrazione e di violenza repressa nella società cui le forze politiche devono tentare di dare risposte costruttive, non demagogiche, come fanno il mondo sindacale e quello associativo: in assenza di ciò diventano sempre più vasti i settori nei quali la frustrazione può divenire terreno fertile per la sconsideratezza e la violenza.
Sulla lotta antimafia invece, a differenza di quanto sia accaduto e accada per il
terrorismo, l’invito all’unità e alla coesione è comprensibile ma fuorviante: sulle mafie bisogna anzi essere partigiani, dividersi ferocemente. Non certo su linee di partito, ovvio anche perché quasi tutti i partiti sono stati involontari protagonisti di fenomeni di infiltrazione, ma su precise linee etiche: chi coopera con le mafie deve essere punito dalla legge, chi è condiscendente o inefficace nella lotta può almeno essere punito
politicamente.
Risulta piuttosto frustrante l’appello della politica all’attenzione e all’unità: i cittadini e la società civile sono già attenti e mobilitati; è piuttosto nell’ambito della gestione del potere, delle amministrazioni, dei rapporti politici che non si nota la messa al centro del tema mafie come fulcro delle politiche per la legalità democratica e la crescita.
Come promotori della Carovana Antimafie ringraziamo per la vicinanza di questi
giorni; ricordiamo però anche che, il 27 aprile, a prendere parte al passaggio varesino della Carovana c’erano pochi esponenti politici, quasi tutti impegnati da anni sul tema, quasi tutti della cosiddetta “Sinistra Radicale” e in gran parte non gli stessi che oggi intervengono di fronte all’improvvisa attenzione dei media: i sindacati stanno facendo la loro parte, come le associazioni, così come l’economia e persino le Chiese, ma la politica? Solo frasi di circostanza o sproloqui alla Grillo?
Eliminare le zone grigie, come ha detto ieri giustamente Don Ciotti, asciugare il
mare in cui le mafie nuotano, su questo è necessario essere radicali, non consentire o
tollerare più nulla di men che trasparente. Su questo la Politica della Società Civile ha bisogno di risposte credibili anche dalla politica dei Partiti. Prendano esempio dal mondo della scuola, così direttamente colpito, che sta reagendo con forza, coraggio e spirito combattivo.
Mauro Sabbadini
Vicepresidente Arci Varese - Responsabile Legalità Democratica
La carovana Varesina è stata promossa da Arci, Libera, CGIL, CISL, ANPI, Filmstudio90 e Coopuf





